Un archivio on-line per il Coordinamento Migranti

In questo blog sono raccolte le attività del Coordinamento Migranti Bologna e provincia dal 2004 al dicembre 2011. Abbiamo trasferito su questa piattaforma i contenuti del blog storico del Coordinamento, che rischiava di scomparire a causa della chiusura di splinder. Il blog del Coordinamento è stato per anni punto di riferimento per le lotte dei migranti in Italia e non solo, uno spazio per la voce autonoma dei migranti fatto di parole, immagini e cronache delle tante iniziative di piazza organizzate o partecipate dal Coordinamento Migranti Bologna. Nel dicembre 2011 abbiamo attivato un nuovo sito, che speriamo diventi ancora punto di riferimento e nel quale troverete tutte le prossime iniziative del Coordinamento Migranti, con una nuova grafica e un  nuovo logo con lo slogan “senza chiedere il permesso”, dal titolo del foglio periodico del Coordinamento Migranti Bologna, che ha superato ormai i venti numeri e di cui ripubblichiamo sotto il primo editoriale con il quale nel 2004 aprivamo il primo blog del Coordinamento Migranti e ci preparavamo alla manifestazione nazionale di dicembre a Roma. Vi auguriamo buona lettura e vi invitiamo a seguirci d’ora in poi su: http://coordinamentomigranti.org/

PRENDERE PAROLA

Il primo editoriale di SENZA CHIEDERE IL PERMESSO, il Foglio Periodico del Coordinamento Migranti di Bologna e Provincia 

Il decreto di attuazione della legge Bossi-Fini ha portato tutto alla luce del sole: questa legge considera noi, uomini e donne migranti, forza lavoro da mettere a disposizione delle esigenze dei padroni. Con il “contratto di soggiorno” che dobbiamo stipulare con loro per poter rinnovare il permesso, è ancora più facile ricattarci, licenziare quelli che sono un “eccesso” rispetto alle esigenze produttive, o quelli che hanno lottato per migliorare le loro condizioni di lavoro. Più di prima, il “contratto di soggiorno” da stipulare col padrone è un modo per farci accettare condizioni di lavoro e di salario sempre peggiori, e per farci restare in silenzio pur di rinnovare quel pezzo di carta al quale è legata la nostra permanenza in questo paese.

Il decreto di attuazione rende chiaro quello che sapevamo già molto bene: la legge Bossi-Fini non è solo una legge razzista, che produce discriminazione. La legge Bossi-Fini è una legge che serve a regolare il mercato del lavoro, che apre e chiude le frontiere a seconda delle esigenze della produzione, che ci rende ricattabili, ci minaccia di clandestinità non solo perché rischiamo continuamente di perdere i documenti e ricadere nell’illegalità, ma anche perché vuole costringerci al silenzio, alla clandestinità politica.

Quello che noi migranti stiamo sperimentando sulla nostra pelle, che la legge Turco-Napolitano prima e la Bossi-Fini poi ci hanno imposto, è una condizione che anche i lavoratori italiani conoscono. La legge 30 sul mercato del lavoro, preceduta dal cosiddetto pacchetto Treu, ha resto tutti i lavoratori e le lavoratrici, italiani e migranti, pienamente disponibili alle esigenze dell’impresa: le agenzie interinali sono diventate ormai l’unica via per ottenere contratti di pochi mesi o addirittura settimane, e ogni lavoratore che voglia ottenere un rinnovo deve accettare qualsiasi condizione gli venga imposta. Sappiamo che mentre i lavoratori italiani hanno un “permesso di soggiorno a tempo indeterminato”, per noi migranti l’intreccio tra la legge Bossi-Fini e la legge 30 significa dover rinnovare sempre più spesso il contratto di soggiorno, essere costretti a file interminabili e lunghissimi tempi di attesa, correre il rischio di essere rinchiusi in un Centro di Permanenza Temporanea, e di essere espulsi. Ma sappiamo anche che proprio il lavoro è il terreno principale su cui la lotta politica contro la legge Bossi-Fini e il contratto di soggiorno per lavoro può manifestare tutta la sua forza, e può diventare una forza per tutti i lavoratori, italiani e migranti.

In questi anni siamo scesi in piazza molte volte, a livello territoriale come a livello nazionale. A Bologna, l’esperienza del Coordinamento Migranti ha portato non solo a numerosi presidi, ma anche alle due grandi manifestazioni del 25 settembre 2004 e del 25 giugno 2005 contro la Legge Bossi-Fini e la Turco-Napolitano, per dire no al legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro e ai centri di permanenza temporanea. Insieme alla mobilitazione abbiamo sostenuto diversi incontri con la Prefettura cittadina, perché siano risolti una volta per tutte i problemi delle file di fronte all’Ufficio Stranieri e dei lunghissimi tempi di attesa, che rendono le nostre condizioni di vita sempre più difficili, impedendoci di muoverci, di usufruire dei servizi, anche di trovare un altro lavoro. Il 24 settembre scorso si è tenuto un altro incontro con i responsabili della Prefettura, durante il quale abbiamo continuato a porre con forza la necessità di trovare una soluzione a questi problemi, e durante il quale abbiamo richiesto ancora una volta la possibilità di autocertificare le nostre condizioni abitative, poiché sempre più spesso i padroni rifiutano di stipulare il contratto di soggiorno con il pretesto di non voler essere responsabili per questo. Non smetteremo di fare pressione e mobilitarci finché non avremo ottenuto dei concreti miglioramenti per la vita di migliaia di uomini e donne in questa città.

Ma i miglioramenti che saremo in grado di ottenere a livello territoriale non saranno mai in grado di risolvere il vero problema, che è il legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro, che rende necessarie le quote flussi così come i centri di permanenza temporanea. Un problema che riguarda tutti i lavoratori e le lavoratrici migranti in ogni parte d’Italia. Quella nazionale è la dimensione necessaria della lotta alla legge Bossi-Fini.

Il 4 dicembre dello scorso anno oltre cinquantamila migranti sono stati in piazza a Roma, in una grande manifestazione autorganizzata che ha mostrato chiaramente quale forza siamo in grado di esprimere prendendo parola in prima persona. Non possiamo affidarci alle scelte di questo o quel governo: essere protagonisti delle nostre lotte è l’unica via per affermare con forza la nostra rivendicazione della completa libertà di muoverci e di restare in questo paese e in Europa.

A livello nazionale un nuovo percorso è aperto. Il prossimo 22 ottobre a Bari e Gradisca di Isonzo due manifestazioni diranno con forza NO ai centri di permanenza temporanea, cercando di impedire l’apertura di quelli che in queste due città sono in costruzione. Un percorso che approderà ancora una volta a Roma il 3 dicembre, quando daremo ancora una volta il segno della nostra forza e del nostro protagonismo.

In questo percorso, vogliamo che questo giornale, “Senza Chiedere il Permesso”, dia il segno chiaro di questo protagonismo a Bologna e provincia. Vogliamo che sia uno strumento di informazione che possa circolare tra tutti i migranti di ogni lingua e provenienza, ma che sia soprattutto uno strumento di comunicazione politica che faccia parlare i lavoratori e le lavoratrici migranti e di cui i lavoratori e le lavoratrici migranti possano parlare. Raccoglieremo interviste che diano voce alle esperienze di ciascuno perché sappiamo che ogni esperienza, nel momento in cui è condivisa, può acquistare un valore politico dentro a un percorso di lotta condiviso. Vogliamo che “Senza chiedere il Permesso” sia lo spazio aperto dove lavoratori e lavoratrici migranti possano far parlare le loro realtà di lavoro e di vita, dalle fabbriche alle cooperative, dai cantieri edili del lavoro nero alle case, luoghi del lavoro domestico e di cura. Vogliamo che sia uno strumento concreto per costruire percorsi di crescita e mobiltazione che arrivino al 3 dicembre a Roma ma vadano anche oltre, indicando il lavoro come terreno principale della lotta alla legge Bossi-Fini e perché la parola d’ordine dello sciopero continui a circolare e a unire lavoratori e lavoratrici migranti in un progetto comune.


Sabato 17 dicembre: presidio contro Bossi-Fini, razzismo, sfruttamento, con la comunità senegalese

Per Samb Modou, per Diop Mor, per Moustapha Dieng e gli altri feriti di Firenze,
per tutti coloro che sono quotidianamente colpiti dal razzismo

 
presidio sabato 17 dicembre
ore 10.30 in Piazza Nettuno

Non basta condannare l'omicidio freddo e violento di Samb Modou e di Diop Mor, i due migranti senegalesi uccisi a Firenze. Non basta sperare che Moustapha Dieng vinca la sua battaglia contro  la morte e che gli altri feriti guariscano in fretta. Non basta esprimere solidarietà alle famiglie dei morti e ai feriti. La solidarietà adesso costa poco e conta ancor meno.  Non siamo di fronte al gesto improvviso di un fascista folle. Siamo invece di fronte al risultato della follia sistematica che la legge Bossi/Fini  quotidianamente produce e riproduce nella forma del razzismo istituzionale. Le leggi dello Stato trattano i migranti come uomini e donne che possono essere espulsi dopo anni di lavoro in Italia per la mancanza di lavoro. Uomini e donne che possono rinchiusi nei Cie praticamente senza alcun diritto. Molti sindaci democraticamente eletti dichiarano pubblicamente che i migranti devono essere eliminati dalle graduatorie per le case popolari. Il razzismo delle istituzioni e quello da bar, assieme a decine di altre sopraffazioni sono parte del quotidiano razzismo  prodotto dalla legge Bossi-Fini. Se si tollerano discorsi che fanno degli immigrati sempre e comunque il capro espiatorio della crisi, perché stupirsi se un fascista pensa che sia anche possibile passare all'azione uccidendo due migranti senegalesi?
Di fronte al razzismo pubblico e istituzionale, così come di fronte alla violenza fascista la solidarietà non basta! Anche per Samb Modou, per Diop Mor  e Moustapha Dieng è ora di farla finita con la Bossi/Fini e il razzismo, lo sfruttamento e l'odio che essa quotidianamente produce.
 
 
Invitiamo tutte e tutti, italiani e migranti a unirsi a noi per un presidio sabato 17 dicembre
dalle 10.30 – Piazza Nettuno, Bologna

 
Comunità senegalese di Bologna
Coordinamento migranti Bologna e Provincia
Migranda
On the Move

per adesioni: [email protected]

Sorridendo, non senza durezza: considerazioni attorno alla libertà di Adama

Pubblichiamo qui di seguito le considerazioni proposte da Migranda dopo la liberazione di Adama dal CIE di Bologna

Adama adesso è libera, e riprende in mano una libertà comunque difficile, perché porta ancora i segni delle ferite lasciate da un uomo e da tre mesi di lunga, vuota detenzione in un Centro di identificazione ed espulsione. Ora giunge il tempo di fare alcune considerazioni che vanno al di là della gioia e del nostro lungo sorriso per aver contribuito alla libertà di Adama. Ora s’impone una presa di parola, affinché la sua storia e la nostra voce non restino singolari e non si spengano nel clamore improvviso di un caso eccezionale.
Il lancio di un appello non è consueto per noi, che siamo impegnate nella costruzione quotidiana di rapporti tra donne migranti e non, e di luoghi nei quali le donne possano parlare in prima persona, conquistando voce e forza autonome per lottare contro la violenza istituzionale e patriarcale che si esprime nella legge Bossi-Fini e nei CIE. Grazie ad Adama e al coraggio di diversi altri migranti, uomini e donne, è stato possibile produrre uno spazio pubblico e politico di parola. Il nostro appello è stato un amplificatore che ha permesso per una volta di abbattere quelle mura che normalmente riducono al silenzio e all’invisibilità. A quell’appello hanno risposto in migliaia, donne, uomini, associazioni differenti, che si sono uniti nell’unico coro che reclamava la sua liberazione.
Delle differenze, però, è bene avere il coraggio di parlare. I vertici della Questura di Bologna hanno rivendicato di essersi immediatamente mobilitati una volta venuti a conoscenza di questa situazione. Alcuni hanno sostenuto che Adama è una privilegiata perché oggi può beneficiare di un permesso di soggiorno e della libertà ancora negata a centinaia di migranti nei CIE. C’è stata anche chi, dall’alto di una carica istituzionale, ha affermato che la liberazione di Adama è merito della rete di forze dell’ordine, istituzioni e associazioni che aiuta ogni giorno le persone vittime di violenza. A loro noi rispondiamo che il caso di Adama è solo uno dei casi normalmente eccezionali prodotti – nonostante l’impegno di alcune associazioni – dalla legge Bossi-Fini, applicata con dedizione da quella stessa rete di forze dell’ordine e istituzioni i cui meriti oggi si vorrebbero lodare. La storia di Adama non è accidentalmente sfuggita al sistema di garanzie offerto alle migranti e ai migranti costretti alla detenzione. I CIE sono brutalmente democratici, indifferenti alle storie singolari o collettive di chi li occupa: conta solo la grave colpa di non avere un permesso di soggiorno. Anche se, dopo l'accaduto, Adama sarà “legale” dal punto di vista della legge Bossi-Fini, prima o poi avrà il privilegio di subire il ricatto che investe tutti i migranti, molti dei quali finiscono in un CIE dopo anni di permanenza regolare in Italia per il solo fatto di aver perso il lavoro e di non poter rinnovare il loro permesso. Anche se liberata, Adama non può dirsi libera che a scadenza. E, come lei, tutti i migranti a cui in questo paese è data solo una libertà a tempo determinato, minacciata dalla precarietà del lavoro, dall'espulsione, dalla detenzione, che per le donne può iniziare anche prima di quella amministrativa, nelle mani di un uomo violento.
Per questo, sostenere Adama dentro e fuori dal CIE significa opporsi con tutte le forze a quella struttura e alle leggi che l’hanno generata e mantenuta. Non lo facciamo come professioniste dell’opposizione, impegnate sempre a guardare oltre a tutte le Adama realmente esistenti, ignorando cioè ogni storia reale come l’hanno ignorata i tutori dell’ordine il 26 agosto. Noi lo facciamo a partire da lei e con lei, e unendoci alle voci di tutti quegli uomini e quelle donne, prima di tutto migranti, che in questi anni sono stati protagonisti delle lotte per l’abrogazione della Bossi-Fini e dell’odioso legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro, che istituzionalizza il razzismo e la violenza, che produce clandestinità.
Questa è la coerenza che ci aspettiamo da coloro che hanno sottoscritto l’appello per Adama. Una coerenza manifestata da molte donne che hanno fatto della storia di Adama, e della denuncia delle leggi che l’hanno determinata, una parte della loro azione politica e professionale. Altre, dopo aver taciuto per anni, assumendosi il rischio della violenza di queste leggi, hanno sostenuto l’appello ma osato dei distinguo, dichiarando per esempio che 18 mesi di detenzione amministrativa sono troppi. Per noi, un singolo giorno è troppo, è troppo persino l’idea di poter essere rinchiuse in un CIE. Lo dimostra il fatto che moltissime donne senza documenti sono costrette ad accettare la violenza maschile pur di non essere espulse, così come tutti i migranti sono costretti ad accettare lo sfruttamento imposto dal contratto di soggiorno per lavoro pur di non ricadere nella condizione di clandestinità. La storia di Adama non accetta compromessi e indica l’abrogazione della legge Bossi-Fini e della chiusura di ogni luogo di detenzione dentro e fuori l’Europa come la posta in gioco della nostra lotta. Noi ci assumiamo un altro rischio, quello della libertà delle e dei migranti.
L’appello che abbiamo lanciato, e l’incredibile e composita rivolta che ha scatenato, apre un grande spazio di possibilità in questa direzione. Ci interessa poco la distinzione tra un appello e il conflitto, sottolineata con la penna rossa da chi ignora quanti conflitti quotidiani siano necessari per costruire e tessere i legami tra donne che stanno alle spalle di quell’appello. Legami e conflitti che sono emersi nella partecipatissima assemblea di Migranda dello scorso 27 novembre e che ora vanno tradotti in pratiche condivise fra le donne, migranti e non, capaci di accumulare forza contro il patriarcalismo e la violenza istituzionalizzati dalla legge Bossi-Fini e dai Centri di identificazione ed espulsione. La nostra strada è lunga come quella che Adama dovrà percorrere per ricostruire la propria vita. Ma è la nostra strada, ed è necessaria affinché la storia di Adama non si spenga nel clamore improvviso di un caso normalmente eccezionale

Migranda
www.migranda.org

Adama è libera!

Ieri sera Adama è stata liberata ed è uscita dal CIE di via Mattei, a Bologna. La liberazione è avvenuta dopo una campagna che ha visto aderire centinaia di persone e associazioni in tutta Italia e in Europa. L'ultima iniziativa, domenica 27 novembre, quando durante la giornata organizzata dal Coordinamento Migranti l'assemblea generale, che ha visto la presenza di circa duecento persone, ha più volte richiesto la sua liberazione. Ora Adama è libera e le facciamo i migliori auguri, per superare, oltre alla violenza dello stato, la violenza che ha subito per anni come donna. Ora che Adama è libera, è bene che siano chiarite alcune cose: la prima è che senza il suo coraggio e senza questa grande mobilitazione, Adama sarebbe ancora dentro il CIE di Bologna. Il merito va prima di tutto a lei e a tutti e tutte coloro che hanno sostenuto e rilanciato l'appello lanciato da Migranda e Trama di Terre: prendere parola serve. La seconda cosa, è che la vicenda di Adama è sì singolare, ma non deve sorprenderci: essa deriva direttamente dalle leggi italiane ed europee sull'immigrazione, e dal razzismo istituzionale che le governa. Se la legge Turco-Napolitano non avesse creato i CPT e se la legge Bossi-Fini non avesse inserito il contratto di soggiorno per lavoro, Adama non avrebbe subito, oltre alle violenze del suo ex-compagno, anche quasi tre mesi di reclusione. Per questo, tutti coloro che hanno chiesto la sua liberazione devono avere il coraggio di fare il passo successivo: unirsi a noi nella lotta per l'abrogazione della legge Bossi-Fini e la chiusura di tutti i CIE. Adama è libera, ora è tempo di scegliere da che parte stare: o con i migranti e le migranti che lottano da anni contro i CIE e il ricatto della legge Bossi-Fini, o con il razzismo istituzionale. 

Decine di candeline per il coordinamento, una voce sola per Adama

E' stata un successo la festa di compleanno del Coordinamento Migranti Bologna. L'occasione per fare il punto dopo otto anni di lotte dei migranti a Bologna e in Italia. Già prima dell'ora di pranzo la partecipazione era altissima, tra i tanti alcuni che hanno contribuito alla nascita del Coordinamento Migranti Bologna e tantissimi altri che trovano nel Coordinamento Migranti lo spazio per far sentire la propria voce. Ad organizzare la giornata insieme al Coordinamento Migranti, Migranda e il Laboratorio On The Move. Come è stato detto in assemblea, "prima i migranti dovevano solo seguire, adesso siamo noi che diciamo cosa ci va bene e cosa no". Questo è stato testimoniato dalle immagini delle manifestazioni, dei presidi e degli scioperi organizzati in questi anni dal Coordinamento Migranti Bologna e provincia.
La giornata è stata dedicata ad Adama, donna senegalese rinchiusa nel CIE di Bologna dopo aver subito ripetute violenze da parte del suo ex-compagno, e ha abbracciato l'appello lanciato da Migranda per la sua liberazione. Non a caso, dopo il pranzo il primo momento di discussione è stata una assemblea che ha visto discutere insieme decine di donne italiane e migranti. A seguire, nell'assemblea generale sono intervenute le diverse associazioni che insieme agli organizzatori hanno costruito la festa: Al-Sirat, la scuola di Italiano con migranti di XM-24, Aprimondo, Sokos e tanti altri venuti anche da Brescia, Imola, Modena, Ferrara.
Ci siamo lasciati con la decisione di ripartire da questa assemblea per fare fronte comune contro la legge Bossi-Fini, per i diritti e la libertà dei migranti!

 

Galleria fotografica:

DOMANI GRANDE FESTA DEL COORDINAMENTO MIGRANTI

Per Adama, per la libertà di tutte e tutti i migranti!
 

Ricordiamo che domani dalle ore 12 presso il centro Katia Bertasi di via Fioravanti 22 si terrà la grande festa di compleanno del Coordinamento Migranti Bologna. Dopo il pranzo con specialità marocchine, pakistane e senegalesi, una grande giornata di discussioni, presentazioni, musiche. Tra le iniziative segnaliamo l'assemblea di donne promossa da Migranda, l'assemblea generale dei e delle migranti che si terrà alle 16 circa, e la aprtecipazione del Laboratorio On the Move.

programma e volantini in lingua

APPELLO PER ADAMA: UNA STORIA, MOLTE VIOLENZE

Pubblichiamo l'appello per Adama pubblicato da Migranda e Trama di Terre in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Invitiamo tutti a firmare e mobilitarsi per la libertà di Adama, contro la violenza maschile sulle donne, per la chiusura dei CIE e la fine del ricatto della Bossi-Fini!

APPELLO PER ADAMA: UNA STORIA, MOLTE VIOLENZE
 
Per adesioni scrivete a [email protected]
 

Adama è una donna e una migrante. Mentre scriviamo, Adama è rinchiusa nel CIE di Bologna. È rinchiusa in via Mattei dal 26 agosto, quando ha chiamato i carabinieri di Forlì dopo essere stata derubata, picchiata, stuprata e ferita alla gola con un coltello dal suo ex-compagno. Le istituzioni hanno risposto alla sua richiesta di aiuto con la detenzione amministrativa riservata ai migranti che non hanno un regolare permesso di soggiorno. La sua storia non ha avuto alcuna importanza per loro. La sua storia – che racconta di una doppia violenza subita come donna e come migrante – ha molta importanza per noi.
 
Secondo la legge Bossi-Fini Adama è arrivata in Italia illegalmente. Per noi è arrivata in Italia coraggiosamente, per dare ai propri figli rimasti in Senegal una vita più dignitosa. Ha trovato lavoro e una casa tramite lo stesso uomo che prima l’ha aiutata e protetta, diventando il suo compagno, e si è poi trasformato in un aguzzino. Un uomo abile a usare la legge Bossi-Fini come ricatto. Per quattro anni, quest’uomo ha minacciato Adama di denunciarla e farla espellere dal paese se lei non avesse accettato ogni suo arbitrio. Per quattro anni l’ha derubata di parte del suo salario, usando la clandestinità di Adama come arma in suo potere.
 
Quando Adama ha dovuto rivolgersi alle forze dell’ordine, l’unica risposta è stata la detenzione nel buco nero di un centro di identificazione e di espulsione nel quale potrebbe restare ancora per mesi. L’avvocato di Adama ha presentato il 16 settembre una richiesta di entrare nel CIE accompagnato da medici e da un interprete, affinché le sue condizioni di salute fossero accertate e la sua denuncia per la violenza subita fosse raccolta. La Prefettura di Bologna ha autorizzato l’ingresso dei medici e dell’interprete il 25 ottobre. È trascorso più di un mese prima che Adama potesse finalmente denunciare il suo aggressore, e non sappiamo quanto tempo occorrerà perché possa riottenere la libertà.
 
Sappiamo però che ogni giorno è un giorno di troppoSappiamo che la violenza che Adama ha subito, come donna e come migrante, riguarda tutte le donne e non è perciò possibile lasciar trascorrere un momento di più. Il CIE è solo l’espressione più feroce e violenta di una legge, la Bossi-Fini, che impone il silenzio e che trasforma donne coraggiose in vittime impotenti.  
 
Noi donne non possiamo tacere mentre Adama sta portando avanti questa battaglia. Per questo facciamo appello a tutti i collettivi, le associazioni, le istituzioni, affinché chiedano la sua immediata liberazione dal CIE e la concessione di un permesso di soggiorno che le consenta di riprendere in mano la propria vita.
 
Migranda
Associazione Trama di Terre
 
Per adesioni: [email protected]
Per informazioni e aggiornamenti: www.migranda.org

Presentazione "La normale eccezione. Lotte dei migranti in Italia", giovedì 24 novembre

…non una classica presentazione, ma una discussione che partendo 

dall’esperienza di tre episodi di lotta dei migranti (lo sciopero 
del primo marzo, la lotta sopra e sotto la gru di Brescia, la ribellione nella tendopoli di Manduria) vuole affrontare lo stretto rapporto esistente tra lavoro migrante e le condizioni generali di precarizzazione del lavoro contemporaneo.



Interverranno:


- Sene Bazir-Coordinamento Migranti Bologna

- Dion Rassour 
- rsu/Fiom della Bonfiglioli

- I protagonisti del presidio sopra 

e sotto la gru di Brescia



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Coordinamento migranti di Bologna e provincia

InfoSchock xm24

Pubblichiamo di seguito la recensione al volume uscita su "Il Manifesto" del 9 novembre 2011 

Una presa di parola lunga un anno, di Enrica Rigo
 

«La normale eccezione», un volume curato da Felice Mometti e Maurizio Ricciardi La gru occupata a Brescia, la rivolta di Rosarno, lo sciopero del primo marzo. Sono le tappe più note delle mobilitazioni dei migranti in Italia
L'affermazione che «in Italia non accade nulla», almeno fino al 15 ottobre utilizzata per segnare la differenza tra le piazze di casa nostra e i nuovi laboratori democratici rappresentati da quelle di Madrid o New York (lasciando solitamente da parte Atene), è risuonata spesso nei commenti agli avvenimenti degli ultimi mesi. Più che a una carenza di informazioni, i toni assertivi di questa considerazione sono dovuti a un deficit di chiavi interpretative sulla realtà che, certo, non riguarda solo il mondo dell'informazione, ma la cultura politica più in generale. In questo panorama, La normale eccezione (Edizioni Alegre), ovvero il titolo scelto dai curatori di questo volume Felice Mometti e Maurizio Ricciardi per raccontare un anno di lotte dei migranti da Rosarno a Manduria, è doppiamente pertinente nel cogliere, da un lato, la cifra che caratterizza i dispositivi giuridici di governo delle migrazioni e nel segnalare, dall'altro, un'eccezione rispetto al benevolo paternalismo all'interno del quale, nel migliore dei casi, si tende a normalizzare la rappresentazione della soggettività politica dei migranti. 
A partire dalla rivolta di Rosarno nei primi mesi del 2010, fino alle fughe dalla tendopoli di Manduria nella primavera del 2011, passando per lo sciopero del primo marzo e per le proteste sulla gru di Brescia e sulla torre di Milano, l'Italia è stata teatro di una serie di lotte che hanno visto i migranti come protagonisti e sono state caratterizzate da una complessità dei soggetti e degli ambiti lavorativi coinvolti «non sempre altrettanto evidente altrove in Europa». Non è in quest'ordine cronologico che i curatori del volume, scelgono tuttavia di raccontare gli avvenimenti, la cui genealogia in molti dei casi è da ricercare più indietro. Sarebbe infatti difficile comprendere la determinazione che ha portato i migranti a resistere per 17 giorni su una gru a 35 metri di altezza senza ricordare, così come fa il saggio di Daniele Piacentini, il ruolo e le trasformazioni vissute da una delle realtà di organizzazione dei migranti – quella di Brescia, appunto – che negli anni è divenuta un riferimento nazionale. Da questo punto di vista, sono interessanti le osservazioni sul rapporto intrattenuto dai migranti con le comunità di appartenenza che ha caratterizzato rispettivamente le mobilitazioni degli anni Novanta del Novecento, in cui il ruolo «difensivo» delle comunità nazionali era ancora prevalente, la lunga occupazione di piazza della Loggia nel 2000, che ha trovato il suo punto di forza nell'alleanza tra i migranti privi di documenti e quelli regolari, e la protesta della gru dell'autunno 2010, che ha coinvolto una composizione variegata di migranti «insofferenti alle regole e alle gerarchie delle comunità di appartenenza».
La complessità della composizione soggettiva dei protagonisti della protesta, nonché la loro irriducibilità a categorie semplificatrici come quelle di migranti regolari o clandestini, è la chiave offerta anche da Luca Cobbe e Giorgio Grappi per comprendere gli eventi di Rosarno e il ruolo propulsivo che questi hanno avuto rispetto allo sciopero del primo marzo 2010. Quella che i due autori del saggio definiscono come la «regolare irregolarità del lavoro migrante» non riguarda, infatti, solo i migranti da poco sbarcati sulle coste del Sud. Le fabbriche verdi di Rosarno, della Puglia o della Sicilia si riempiono d'estate di migranti ex-operai o cassaintegrati provenienti dal Nord e «spinti dalla crisi a integrare – o sostituire – il loro reddito con altre attività lavorative». Vista in questa luce, la piazza di Rosarno potrebbe essere letta addirittura come una delle prime risposte di «indignazione» alla crisi economica globale che si protrae dal 2007. Se è vero, poi, che – come nel caso della recente giornata degli indignati – l'organizzazione dello sciopero del primo marzo 2010 rispondeva a una chiamata venuta «da fuori» (per la precisione dalla Francia), in Italia essa ha assunto connotati particolari, fornendo l'occasione per ripensare quel rapporto di rappresentanza sindacale del lavoro migrante che proprio a Rosarno aveva mostrato tutta la sua inadeguatezza. Per gli autori del saggio, la posta in gioco della mobilitazione Italiana del primo marzo 2010 è stata quella di mettere l'organizzazione e la composizione del lavoro migrante al centro del discorso, in luogo dell'antirazzismo. In altre parole, è stata lo sciopero stesso, come sfida a chi, anche nel sindacato, aveva definito uno sciopero dei migranti come uno «sciopero etnico» che metteva a rischio l'unità del lavoro.
A sette anni da un altro volume sul tema, curato sempre da Maurizio Ricciardi con Fabio Raimondi (Lavoro Migrante. Esperienza e prospettiva, DeriveApprodi), la tesi di fondo dei curatori mette in luce come la commistione dei modelli di organizzazione del lavoro dei migranti si rifletta sulle sperimentazioni e ibridazioni delle modalità di organizzazione delle lotte. L'impossibilità di identificare ancora una figura centrale del lavoro, attorno alla quale nel Novecento è stato costruito il modello giuridico del cittadino, segna da un lato la «catastrofe della concezione progressiva del lavoro» e dall'altro di quella «lineare e progressiva dei diritti di cittadinanza», spacciata come posta politica a cui dovrebbe tendere una pacificata integrazione dei migranti. Le rivolte dei paesi arabi che – come racconta il saggio di Gianni De Giglio – la «voglia di libertà» dei migranti ha portato fino in Italia, a Lampedusa così come a Manduria, mettono poi a nudo la «catastrofe» della cittadinanza europea e il fallimento del tentativo di governare le frontiere della UE attraverso un'«inclusione differenziale» nei diritti.
Fornire chiavi di interpretazione sulla realtà implica «prendere parte» e costruire narrazioni che, inevitabilmente, rivendicano i limiti della propria parzialità. In quanto parziali, con tali narrazioni si può concordare o meno, ma sono indispensabili per evitare l'equivoco di anteporre alle forme concrete e inaspettate che assume la soggettivazione politica le proprie aspettative su quali siano o meno le espressioni legittime e rilevanti di indignazione. Le piazze italiane sono state spesso occupate da migranti, a Brescia nel 2000 piazza della Loggia fu occupata per 54 giorni. Tra il 2010 e il 2011 molte piazze hanno visto il protagonismo dei migranti. E molte ancora lo vedranno.
 


 

GRANDE FESTA DI COMPLEANNO DEL COORDINAMENTO MIGRANTI BOLOGNA E PROVINCIA!

Cliccando sui link che seguono potete scaricare le locandine della grande festa di Compleanno del Coordinamento Migranti Bologna e provincia del prossimo 27 novembre in diverse lingue. 
Ricordiamo che numerose sono le realtà e le associazioni che parteciperanno e sosterranno attivamente l'iniziativa: dal Laboratorio OnTheMove, che sarà presente con la musica e le parole delle nuove generazioni in movimento, a Migranda, che promuove un'incontro fra donne italiane e migranti all'interno della giornata; la scuola di italiano con migranti di Xm24 e lo sportello medico legale Al-Sirat, le associazioni Sokos, Aprimondo e Trama di Terre, e la rete You-Net che organizzerà giochi e iniziative con i bambini e le bambine così che le famiglie e le donne possano partecipare alla giornata. 

Vi aspettiamo numerosi alle 12 presso il centro sociale Katia Bertasi in Via Fioravanti 22 a Bologna!

Scarica la locandina in italiano
Scarica la locandina in arabo
Scarica la locandina in rumeno

…nei prossimi giorni pubblicheremo traduzioni in altre lingue!

Appuntamenti verso il 27 novembre

In preparazione dell'assemblea dei migranti che si terrà domenica 27 novembre durante la festa di compleanno del coordinamento, ecco gli appuntamenti a Bologna e provincia dei prossimi giorni:

Sabato 12 novembre

- incontro con le associazioni di Casalecchio che organizzano la scuola d'arabo per bambini
- incontro con le donne senegalesi di Bologna

Domenica 13 novembre

- incontro con l'Associazione Sopra i Ponti presso il Centro Zonarelli di Bologna
- incontro con l'associazione pachistana di Cento di Ferrara

Sabato 19 novembre

- Appuntamento con le associazioni senegalesi di Bologna presso il Centro Zonarelli di Bologna